Ariel ha 18 anni e sta terminando il liceo delle scienze umane. Ha scelto questo percorso perché un giorno vorrebbe diventare insegnante. Le piace l’idea di poter trasmettere agli altri ciò che ha imparato, ma il suo desiderio nasce anche dall’esperienza vissuta tra i banchi di scuola: vorrebbe offrire ai suoi futuri studenti un modo di insegnare diverso da quello che avrebbe desiderato per sé, capace di farli sentire maggiormente accompagnati, incoraggiati e sostenuti nel loro percorso.
A scuola, infatti, Ariel non sempre riesce a mostrare ciò che sa.
Quando è con una sola compagna o con persone che conosce bene, riesce a parlare tranquillamente e a esprimere le proprie opinioni. La situazione cambia quando sente che l’attenzione di più persone è rivolta verso di lei.
Durante una lezione può conoscere la risposta alla domanda dell’insegnante, averla formulata perfettamente nella propria mente e, nonostante questo, non alzare la mano. Teme di sbagliare, di esprimersi male oppure di dire qualcosa che possa sembrare stupido. Nel frattempo qualcun altro risponde e Ariel si rende conto che avrebbe saputo farlo anche lei.
Qualcosa di simile accade durante i lavori di gruppo. Ascolta, ha delle idee e vorrebbe partecipare, ma aspetta il momento giusto per intervenire. Gli altri parlano, a volte si sovrappongono o cambiano argomento e Ariel finisce per rimanere in disparte. Non perché non abbia nulla da dire, ma perché fatica a trovare lo spazio per farlo.
Anche trovarsi con persone nuove può metterla in difficoltà. Prima osserva, cerca di capire come inserirsi e tende a rimanere silenziosa. Può preoccuparsi che il suo silenzio venga interpretato come disinteresse oppure che gli altri possano considerarla strana.
Tutto questo le pesa ancora di più pensando al futuro. Ariel vorrebbe diventare insegnante e qualche volta si domanda come riuscirà un giorno a parlare davanti a una classe se, adesso, può essere così difficile intervenire davanti ai propri compagni.
Non desidera diventare la persona più espansiva della classe né cambiare il proprio carattere. Vorrebbe riuscire a partecipare quando ha qualcosa da dire, sentirsi più sicura nell’esprimere ciò che pensa e non lasciare che la paura del giudizio la porti a rimanere in silenzio.
È qui che può iniziare un percorso psicologico.
In una situazione simile, in un percorso psicologico si potrebbe lavorare su:
- Esplorare i pensieri che possono emergere prima di parlare o intervenire davanti agli altri;
- Comprendere quali emozioni e sensazioni corporee accompagnano questi pensieri e quali comportamenti possono derivarne;
- Osservare cosa accade quando si sceglie di rimanere in silenzio nonostante si desideri partecipare;
- Comprendere quali situazioni permettono di esprimersi con maggiore sicurezza e quali, invece, rendono più difficile esporsi;
- Esplorare il timore del giudizio e il significato attribuito alla possibilità di sbagliare davanti agli altri.
Tra i possibili obiettivi di un percorso psicologico potrebbero esserci:
- Sentirsi più sicuri nell’esprimere le proprie idee;
- Riuscire a intervenire con maggiore spontaneità nelle situazioni di gruppo;
- Imparare a esporsi gradualmente nelle situazioni sociali vissute con maggiore difficoltà;
- Partecipare maggiormente senza aspettare di sentirsi completamente sicuri prima di parlare.
Tra i possibili benefici di un percorso psicologico possono esserci:
- Maggiore fiducia nelle proprie capacità;
- Minore timore del giudizio nelle situazioni sociali;
- Maggiore libertà nell’esprimere pensieri e opinioni;
- Una partecipazione più spontanea nei gruppi;
- Maggiore sicurezza nell’affrontare situazioni in cui l’attenzione è rivolta verso di sé.
Se ti sei riconosciuta nella storia di Ariel e senti che qualcosa di simile accade anche a te, possiamo parlarne insieme durante un primo colloquio conoscitivo.
Il nome, la protagonista e la storia sono di fantasia. Le difficoltà descritte rappresentano situazioni che possono accomunare molte persone.
